cronaca dal mondo
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Re: cronaca dal mondo
Lady...una piccola premessa...le Olimpiadi sono per gli atleti partecipanti il coronamento di una sogno...la possibilità di dimostrare a se stessi che tutti i sacrifici non sono andati persi..e questo a prescindere dalle medaglie...un'atleta prepara un Olimpiade con tutto se stesso,privandosi di tante cose "normali"...ma io penso che boicottando queste Olimpiadi si possa dare al mondo un segnale estremamente forte...e vincere la medaglia più importante...quella per i diritti umani a prescindere della razza o della religione...
Di seguito alcuni stralci trovati in rete....
http://www.amnesty.it/campagne/pechino2008/pubblicazioni/index.html
“Assegnando a Pechino i Giochi, aiuterete lo sviluppo dei diritti umani”. Con queste parole, nell’aprile 2001, Kiu Jingmin, vicepresidente del Comitato olimpico di Pechino, riuscì a convincere il Comitato olimpico internazionale ad assegnare alla Cina i Giochi olimpici 2008.
dal sito di estense.com
http://www.estense.com/?module=displaystory&story_id=33139&format=html
C'è un retroscena oscuro e crudele che getta una luce tetra sui preparativi per le Olimpiadi di Pechino 2008: lo sterminio sistematico di gatti. Lo riferisce il 'Daily Mail'. L'eliminazione sta avvenendo sulla scia della campagna di allarme del governo contro le malattie di cui i felini sarebbero portatori e così le autorità hanno ordinato ai cittadini di 'collaborare' nel ripulire le strade dai poveri animali. I gatti vengono costretti in gabbie talmente piccole da non riuscire nemmeno a rigirarsi, destinati in veri e propri lager della morte appositamente istituiti. In Cina le associazioni di tuela degli animali stanno protestando ma temono ritorsioni da parte dei vertici al potere, soliti a punire le voci dissidenti con il carcere se non con la pena di morte. I provvedimenti vengono visti dagli animalisti solo come un modo per salvaguardare l'immagine e far apparire la capitale linda e pinta agli occhi del mondo intero che si riverserà nel Paese per i Giochi olimpici.
da La stampa.it
http://www.lastampa.it/sport/cmsSezioni/pechino2008/200802articoli/13362girata.asp
Niente critiche, siamo inglesi. I cinesi, a scanso di equivoci, meglio tenerseli buoni. Questione di cortesia verso il Paese ospitante. Oppure, più probabilmente, di pura convenienza e quieto vivere, a evitare spiacevoli polemiche. E così la Gran Bretagna si mette in fila, dietro Nuova Zelanda e Belgio, i primi ad adottare un simile provvedimento (a differenza di Italia, Usa, Canada, Finlandia e Australia, che hanno dato libertà ai propri rappresentanti di parlare di qualsivoglia argomento): vietato esprimere opinioni politiche sulla Cina, criticarla sull'argomento dei diritti umani o rilasciare dichiarazioni di solidarietà al Tibet in occasione dei prossimi Giochi Olimpici di Pechino. La British Olympic Association (Boa) ha deliberato, difficile sottrarsi all'impegno. Non un semplice quanto fermo invito, ma molto di più. Un vero e proprio contratto da sottoscrivere, «condicio sine qua non» per prendere parte alle Olimpiadi. Una singolare aggiunta al contratto abituale, con tanto di clausola che concede ai responsabili della «Boa» il potere di lasciare a casa chi dovesse contravvenire alla regola. Se poi un atleta non dovesse rispettarla quando già è in Cina, nessun problema di sorta: gli uomini del comitato olimpico si affretterebbero a trovargli posto sul primo aereo per la Gran Bretagna. Il codice di condotta avrà validità dalle selezioni olimpiche di luglio fino al 24 agosto, giorno di chiusura dei Giochi.
Un provvedimento che non poteva che dare la stura a una serie di polemiche: favorevoli da una parte, contrari dall'altra. Simon Clegg, presidente della «Boa», lo ha difeso a spada tratta contro gli attacchi provenienti da più direzioni: «Ci sono tante organizzazioni di vario genere che avrebbero piacere se gli atleti publicizzassero le loro cause. Ma non credo che questo sia nel nostro interesse e in quello delle nostre performance sportive. Gli atleti sono gli ambasciatori del nostro Paese, è normale che debbano essere sottoposti a un appropriato codice di comportamento». Secondo Darren Campbell, medaglia d'oro ad Atene del 2004, tale decisione finirà per mettere ulteriore pressione agli atleti. Ma non se n'è detto affatto scandalizzato: «Andiamo lì per rappresentare il nostro Paese in termini puramente sportivi, la politica e i diritti umani non c'entrano nulla».
Altri uomini, altre idee. Per Lord David Alton, celebre per il suo impegno per i diritti umani, «la decisione rappresenta una soppressione del diritto alla parola: l'unica giustificazione per la partecipazione ai Giochi di Pechino è proprio la possibilità di porre l'accento sulla delicata questione dei diritti umani». Del resto, l'Inghilterra ha una lunga storia fatta di controversie interne in casi del genere. C'è chi ha richiamato alla memoria del 14 maggio 1938, quando allo stadio Olimpico di Berlino la nazionale inglese di calcio fu costretta, per volere delle Ministero degli Esteri e della federazione calcistica, a esibirsi nel saluto nazista prima di una partita amichevole contro la Germania. E c'è chi ha ricordato come nel 1980 Colin Moynihan, ora altro dirigente del Comitato Olimpico, fu tra gli atleti britannici che presero parte ai Giochi di Mosca (boicottati da molti Paese in segno di protesta contro l'invasione sovietica in Afghanistan) portando a casa una medaglia d'argento nel canottaggio. E poi non è così lontana nel tempo la presa di posizione del principe Carlo, fiero sostenitore del Dalai Lama e della causa tibetana, che ha apertamente criticato la dittatura comunista cinese, prima di dichiarare che mai e poi mai andrebbe in Cina, neppure se invitato dagli organizzatori dell'Olimpiade. Curioso come sua nipote, Zara Phillips, atleta in vista negli sport equestri e probabile leader del team britannico favorito per la conquista dell'oro, sarà costretta ad attenersi alla controversa clausola per partecipare ai Giochi di Pechino.
Se la Gran Bretagna si affianca a Nuova Zelanda e Belgio tra i Paesi che finora hanno adottato un provvedimento del genere, altri si sono dichiarato di ben diverso avviso. «Quel che diremo ai nostri atleti è di concentrarsi sulle competizioni, ma ognuno può avere le proprie opinioni e deve essere libero di esprimerlo»: pensieri e parole di John Coates, presidente del Comitato Olimpico australiano. Sintonizzato sulla medesima lunghezza d'onda Jouko Purontakanen, segretario generale del comitato finlandese: «Non daremo istruzioni in materia: per quanto ci riguarda la libertà di espressione è un diritto basilare, che non può essere limitato».
Di seguito alcuni stralci trovati in rete....
http://www.amnesty.it/campagne/pechino2008/pubblicazioni/index.html
“Assegnando a Pechino i Giochi, aiuterete lo sviluppo dei diritti umani”. Con queste parole, nell’aprile 2001, Kiu Jingmin, vicepresidente del Comitato olimpico di Pechino, riuscì a convincere il Comitato olimpico internazionale ad assegnare alla Cina i Giochi olimpici 2008.
dal sito di estense.com
http://www.estense.com/?module=displaystory&story_id=33139&format=html
C'è un retroscena oscuro e crudele che getta una luce tetra sui preparativi per le Olimpiadi di Pechino 2008: lo sterminio sistematico di gatti. Lo riferisce il 'Daily Mail'. L'eliminazione sta avvenendo sulla scia della campagna di allarme del governo contro le malattie di cui i felini sarebbero portatori e così le autorità hanno ordinato ai cittadini di 'collaborare' nel ripulire le strade dai poveri animali. I gatti vengono costretti in gabbie talmente piccole da non riuscire nemmeno a rigirarsi, destinati in veri e propri lager della morte appositamente istituiti. In Cina le associazioni di tuela degli animali stanno protestando ma temono ritorsioni da parte dei vertici al potere, soliti a punire le voci dissidenti con il carcere se non con la pena di morte. I provvedimenti vengono visti dagli animalisti solo come un modo per salvaguardare l'immagine e far apparire la capitale linda e pinta agli occhi del mondo intero che si riverserà nel Paese per i Giochi olimpici.
da La stampa.it
http://www.lastampa.it/sport/cmsSezioni/pechino2008/200802articoli/13362girata.asp
Niente critiche, siamo inglesi. I cinesi, a scanso di equivoci, meglio tenerseli buoni. Questione di cortesia verso il Paese ospitante. Oppure, più probabilmente, di pura convenienza e quieto vivere, a evitare spiacevoli polemiche. E così la Gran Bretagna si mette in fila, dietro Nuova Zelanda e Belgio, i primi ad adottare un simile provvedimento (a differenza di Italia, Usa, Canada, Finlandia e Australia, che hanno dato libertà ai propri rappresentanti di parlare di qualsivoglia argomento): vietato esprimere opinioni politiche sulla Cina, criticarla sull'argomento dei diritti umani o rilasciare dichiarazioni di solidarietà al Tibet in occasione dei prossimi Giochi Olimpici di Pechino. La British Olympic Association (Boa) ha deliberato, difficile sottrarsi all'impegno. Non un semplice quanto fermo invito, ma molto di più. Un vero e proprio contratto da sottoscrivere, «condicio sine qua non» per prendere parte alle Olimpiadi. Una singolare aggiunta al contratto abituale, con tanto di clausola che concede ai responsabili della «Boa» il potere di lasciare a casa chi dovesse contravvenire alla regola. Se poi un atleta non dovesse rispettarla quando già è in Cina, nessun problema di sorta: gli uomini del comitato olimpico si affretterebbero a trovargli posto sul primo aereo per la Gran Bretagna. Il codice di condotta avrà validità dalle selezioni olimpiche di luglio fino al 24 agosto, giorno di chiusura dei Giochi.
Un provvedimento che non poteva che dare la stura a una serie di polemiche: favorevoli da una parte, contrari dall'altra. Simon Clegg, presidente della «Boa», lo ha difeso a spada tratta contro gli attacchi provenienti da più direzioni: «Ci sono tante organizzazioni di vario genere che avrebbero piacere se gli atleti publicizzassero le loro cause. Ma non credo che questo sia nel nostro interesse e in quello delle nostre performance sportive. Gli atleti sono gli ambasciatori del nostro Paese, è normale che debbano essere sottoposti a un appropriato codice di comportamento». Secondo Darren Campbell, medaglia d'oro ad Atene del 2004, tale decisione finirà per mettere ulteriore pressione agli atleti. Ma non se n'è detto affatto scandalizzato: «Andiamo lì per rappresentare il nostro Paese in termini puramente sportivi, la politica e i diritti umani non c'entrano nulla».
Altri uomini, altre idee. Per Lord David Alton, celebre per il suo impegno per i diritti umani, «la decisione rappresenta una soppressione del diritto alla parola: l'unica giustificazione per la partecipazione ai Giochi di Pechino è proprio la possibilità di porre l'accento sulla delicata questione dei diritti umani». Del resto, l'Inghilterra ha una lunga storia fatta di controversie interne in casi del genere. C'è chi ha richiamato alla memoria del 14 maggio 1938, quando allo stadio Olimpico di Berlino la nazionale inglese di calcio fu costretta, per volere delle Ministero degli Esteri e della federazione calcistica, a esibirsi nel saluto nazista prima di una partita amichevole contro la Germania. E c'è chi ha ricordato come nel 1980 Colin Moynihan, ora altro dirigente del Comitato Olimpico, fu tra gli atleti britannici che presero parte ai Giochi di Mosca (boicottati da molti Paese in segno di protesta contro l'invasione sovietica in Afghanistan) portando a casa una medaglia d'argento nel canottaggio. E poi non è così lontana nel tempo la presa di posizione del principe Carlo, fiero sostenitore del Dalai Lama e della causa tibetana, che ha apertamente criticato la dittatura comunista cinese, prima di dichiarare che mai e poi mai andrebbe in Cina, neppure se invitato dagli organizzatori dell'Olimpiade. Curioso come sua nipote, Zara Phillips, atleta in vista negli sport equestri e probabile leader del team britannico favorito per la conquista dell'oro, sarà costretta ad attenersi alla controversa clausola per partecipare ai Giochi di Pechino.
Se la Gran Bretagna si affianca a Nuova Zelanda e Belgio tra i Paesi che finora hanno adottato un provvedimento del genere, altri si sono dichiarato di ben diverso avviso. «Quel che diremo ai nostri atleti è di concentrarsi sulle competizioni, ma ognuno può avere le proprie opinioni e deve essere libero di esprimerlo»: pensieri e parole di John Coates, presidente del Comitato Olimpico australiano. Sintonizzato sulla medesima lunghezza d'onda Jouko Purontakanen, segretario generale del comitato finlandese: «Non daremo istruzioni in materia: per quanto ci riguarda la libertà di espressione è un diritto basilare, che non può essere limitato».
Tutti muoiono...alcuni prima...ed è un peccato....altri dopo...ed è un peccato uguale...
Prima Pensa,Poi Parla,Poichè Parole Poco Pensate Portano Pena....
Prima Pensa,Poi Parla,Poichè Parole Poco Pensate Portano Pena....
Re: cronaca dal mondo
... io sono contario ai boicottaggi... specie se tardivi....
semplicemente, potevano evitare di assegnare le Olimpiadi a un paese ancora molto lontano da vedere un barlume di democrazia.....
semplicemente, potevano evitare di assegnare le Olimpiadi a un paese ancora molto lontano da vedere un barlume di democrazia.....

La domenica del pensionato
Hai Sentito Giacinto , l’Eurispes quell’istituto che dicano s’occupa di studi politici, economici e sociali? Tre precari su 4 guadagnano meno di 1000 euro al mese….e al quarto….. manicate sulle gengive.
- Ma lo sai perché Gosto, no? Te lo dico io , è corpa della Cina, dove il lavoro un gosta niente e loro hanno arzato le penne come li galletti e hai sentito a quei poveracci in Tibet ni vonno anco levà oltre che alla libertà , anco la tonaca!
-Allora bisognerà fagnene gostà salato anco a loro , basta smoccolà sempre invece che boicottà l’olimpiadi cominciamo a esportà in Cina quarcosa che noi ciavemo di troppo e ce ne vorrebbemo disfà ….come i sindacati, l’amministrazioni dell’elba . l’ESA , l’ASA, la Cosimo, la corruzione... anzi no, quella c’è l’hanno già. …mandamogli anche r’Tozzi!........ Voi vedè che doppo ni s’abbassano le penne a cinesi!
Re: cronaca dal mondo
....vi sono molti modi per boicottare...io conosco la storia di un uomo che per fare una guerra si mise seduto....
Re: cronaca dal mondo
..sempre i nostri simpatici amici cinesi...
Un mio amico mi ha mandato per mail sta porcheria... parla di petizione da firmare, ma non l'ho trovata. io vi posto il link, dategli un'occhiata, ma consiglio vivamente di risparmiarsi la visione del video: è peggio del peggio che possiate immaginare. Quindi, immaginatelo e basta.
Date magari uno sguardo alle foto e al testo, che mi sembrano sufficienti...
http://www.furisdead.com/feat/ChineseFurFarms/
Un mio amico mi ha mandato per mail sta porcheria... parla di petizione da firmare, ma non l'ho trovata. io vi posto il link, dategli un'occhiata, ma consiglio vivamente di risparmiarsi la visione del video: è peggio del peggio che possiate immaginare. Quindi, immaginatelo e basta.
Date magari uno sguardo alle foto e al testo, che mi sembrano sufficienti...
http://www.furisdead.com/feat/ChineseFurFarms/
Re: cronaca dal mondo
visirr io non ho capito che cè scritto ma se è quello che penzo io non mi sembra una cosa bella per gli animali non è che qualcheduno mi spiega meglio per favore?
Re: cronaca dal mondo
caro kalissa.. mi fa solo piacere: se non hai capito, è perchè hai seguito il consiglio di non guardare il video.
io ne ho visto metà, e mi è bastato. la sensibilità umana, e per contrasto la sua supposta o acclarata superiorità...
qui si oltrepassa qualunque limite. animali superiori come i cani... certo, volendo essere freddi e cinici si potrebbe obiettare che uccidere un cane o un visone poco cambia, ammesso che stia bene l'uccisione fine solo al reperimento di un qualcosa di assolutamente superfluo come una pelliccia..
ma la violenza inutile, la sofferenza senza senso... no, non hanno nessuna possibile giustificazione. fa solo schifo di appartenere alla stessa specie di certe belve.
ps: lo so, non ti ho spiegato un tubo... nel filmato, dei cani ancora vivi vengono spellati e lasciati agonizzare....
io ne ho visto metà, e mi è bastato. la sensibilità umana, e per contrasto la sua supposta o acclarata superiorità...
qui si oltrepassa qualunque limite. animali superiori come i cani... certo, volendo essere freddi e cinici si potrebbe obiettare che uccidere un cane o un visone poco cambia, ammesso che stia bene l'uccisione fine solo al reperimento di un qualcosa di assolutamente superfluo come una pelliccia..
ma la violenza inutile, la sofferenza senza senso... no, non hanno nessuna possibile giustificazione. fa solo schifo di appartenere alla stessa specie di certe belve.
ps: lo so, non ti ho spiegato un tubo... nel filmato, dei cani ancora vivi vengono spellati e lasciati agonizzare....
Re: cronaca dal mondo
boia!!
ma co,e e possibile tanta crudelta..... vorrei vedere se gli animali avessero la possibilita di difendersi...
cmq.... nn crediate che certe persone siano tanto lontane da noi...... vi ricordate del fattaccio di capoliveri????
... sepete come e finita? l'hanno preso quel gran bas...do?
cmq.... nn crediate che certe persone siano tanto lontane da noi...... vi ricordate del fattaccio di capoliveri????
... sepete come e finita? l'hanno preso quel gran bas...do?
Re: cronaca dal mondo
Pechino, 17 marzo 2008 - Ore decisive per la rivolta in Tibet. A mezzanotte (le 17 in Italia) scade l'ultimatum di Pechino per la resa dei ribelli. Ma intanto da Dharamshala, nel nord dell'India, gli esuli tibetani hanno denunciato che sono già «centinaia» i morti nella rivolta e hanno lanciato un nuovo appello all'Onu e alla comunità internazionale perchè intervengano a scongiurare un massacro.
La Cina, da parte sua, continua a ridimensionare il bilancio dei morti: da Pechino, il presidente cinese della regione autonoma del Tibet, Qianba Puncog ha assicurato che la polizia e l'esercito venerdì scorso «non hanno fatto uso di armi» nella repressione delle manifestazioni; e le vittime, secondo Pechino sono 13 (la precedente stima ufficiale si fermava a 10), tutti «civili innocenti» bruciati vivi o accoltellati dai rivoltosi.
L'esercito di Pechino ha fatto sfilare per le strade della capitale tibetana quattro camion che mostravano i detenuti ammanettati. Dietro ognuno c'era un militare cinese che lo obbligava a tenere la testa bassa. Un'esibizione di forza per intimidire i ribelli: il convoglio si è mosso lentamente per le strade della città, mentre gli altoparlanti trasmettevano appelli perchè i responsabili delle violenze di venerdì - in cui i cinesi di etnia Han e i musulmani Hui sono stati picchiati e uccisi e i loro negozi dati alle fiamme - si consegnino.
Coloro che cederanno saranno trattati con clemenza, recitava l'altoparlante, mentre gli altri rischiano punizionI severe. Intanto a Lhasa - la capitale tibetana in cui regna una calma irreale e in cui stamane si sono visti timidi tentativi di ripresa della vita normale (scuole e uffici aperti) - prosegue la perquisizione porta a porta delle abitazioni: chiunque non sia in grado di mostrare i documenti di indentità e il permesso di residenza viene allonatato dalla regione autonoma.
Sul fronte internazionale, qualcosa comincia a muoversi. Condoleezza Rice ha invitato il governo cinese ad «aprire il dialogo con il Dalai Lama». Il ministero degli Esteri olandese ha convocato l'ambasciatore cinese per fargli presente le preoccupazioni del governo su quanto sta avvenendo in Tibet.
Intanto arriva il no dell'Unione europea al boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino per protesta contro la repressione cinese in Tibet. Per la Commissione europea «un simile boicottaggio non sarebbe il modo appropriato per chiedere l'impegno al rispetto dei diritti umani, ovvero i diritti etnici e religiosi dei tibetani, lo si deve fare in altro modo». Contraria anche la presidenza di turno slovena dell'Ue.
Un boicottaggio «danneggerebbe gravemente» lo sport, ha avvertito il ministro per lo Sport sloveno, Milan Zver, aprendo a Brdo una riunione con i colleghi dei Ventisette.
Intanto la Cina nega di aver usato armi mortali per sedare le violente proteste a Lhasa e assicura che le forze militari non hanno sparato alcun colpo. Secondo il presidente tibetano, Qiangba Puncog, la Cina "non ha aperto il fuoco e sono stati usati semplicemente gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti".
Intanto Pechino innalza a 13 il numero delle vittime nei sanguinosi scontri di venerdì a Lhasa (finora la stima ufficiale si fermava a 10 vittime, mentre i gruppi dell'opposizione in esilio parlano di decine di morti, almeno 80): secondo Qiangba, 13 "civili innocenti" sono stati bruciati vivi o pugnalati.
SCONTRI IN NEPAL
La polizia nepalese si è scontrata con gruppi di manifestanti nella capitale, Katmandu: 30 persone sono state arrestate, fra queste anche alcuni monaci.
I manifestanti, circa un centinaio, si trovavano nei pressi della rappresentanza delle Nazioni unite in Nepal, quando la polizia li ha caricati con bastoni di bamboo.
..da quotidiano.net
La Cina, da parte sua, continua a ridimensionare il bilancio dei morti: da Pechino, il presidente cinese della regione autonoma del Tibet, Qianba Puncog ha assicurato che la polizia e l'esercito venerdì scorso «non hanno fatto uso di armi» nella repressione delle manifestazioni; e le vittime, secondo Pechino sono 13 (la precedente stima ufficiale si fermava a 10), tutti «civili innocenti» bruciati vivi o accoltellati dai rivoltosi.
L'esercito di Pechino ha fatto sfilare per le strade della capitale tibetana quattro camion che mostravano i detenuti ammanettati. Dietro ognuno c'era un militare cinese che lo obbligava a tenere la testa bassa. Un'esibizione di forza per intimidire i ribelli: il convoglio si è mosso lentamente per le strade della città, mentre gli altoparlanti trasmettevano appelli perchè i responsabili delle violenze di venerdì - in cui i cinesi di etnia Han e i musulmani Hui sono stati picchiati e uccisi e i loro negozi dati alle fiamme - si consegnino.
Coloro che cederanno saranno trattati con clemenza, recitava l'altoparlante, mentre gli altri rischiano punizionI severe. Intanto a Lhasa - la capitale tibetana in cui regna una calma irreale e in cui stamane si sono visti timidi tentativi di ripresa della vita normale (scuole e uffici aperti) - prosegue la perquisizione porta a porta delle abitazioni: chiunque non sia in grado di mostrare i documenti di indentità e il permesso di residenza viene allonatato dalla regione autonoma.
Sul fronte internazionale, qualcosa comincia a muoversi. Condoleezza Rice ha invitato il governo cinese ad «aprire il dialogo con il Dalai Lama». Il ministero degli Esteri olandese ha convocato l'ambasciatore cinese per fargli presente le preoccupazioni del governo su quanto sta avvenendo in Tibet.
Intanto arriva il no dell'Unione europea al boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino per protesta contro la repressione cinese in Tibet. Per la Commissione europea «un simile boicottaggio non sarebbe il modo appropriato per chiedere l'impegno al rispetto dei diritti umani, ovvero i diritti etnici e religiosi dei tibetani, lo si deve fare in altro modo». Contraria anche la presidenza di turno slovena dell'Ue.
Un boicottaggio «danneggerebbe gravemente» lo sport, ha avvertito il ministro per lo Sport sloveno, Milan Zver, aprendo a Brdo una riunione con i colleghi dei Ventisette.
Intanto la Cina nega di aver usato armi mortali per sedare le violente proteste a Lhasa e assicura che le forze militari non hanno sparato alcun colpo. Secondo il presidente tibetano, Qiangba Puncog, la Cina "non ha aperto il fuoco e sono stati usati semplicemente gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti".
Intanto Pechino innalza a 13 il numero delle vittime nei sanguinosi scontri di venerdì a Lhasa (finora la stima ufficiale si fermava a 10 vittime, mentre i gruppi dell'opposizione in esilio parlano di decine di morti, almeno 80): secondo Qiangba, 13 "civili innocenti" sono stati bruciati vivi o pugnalati.
SCONTRI IN NEPAL
La polizia nepalese si è scontrata con gruppi di manifestanti nella capitale, Katmandu: 30 persone sono state arrestate, fra queste anche alcuni monaci.
I manifestanti, circa un centinaio, si trovavano nei pressi della rappresentanza delle Nazioni unite in Nepal, quando la polizia li ha caricati con bastoni di bamboo.
..da quotidiano.net
Re: cronaca dal mondo
LA DRAMMATICA AUTOBIOGRAFIA DI UN DISSIDENTE
LA BATTAGLIA DI MISTER WU
Sopravvissuto a 19 anni di dura prigionia nei gulag cinesi, dove ancora oggi sono rinchiuse milioni di persone, Harry Wu sogna di «poter vedere una Cina libera e giusta».
di Alberto Chiara
Più terribile delle percosse e della fame, più forte dello stesso istinto di conservazione, il buio dell’anima irrompe a metà volume e toglie il fiato. Con un crescendo angosciante.
«Era il novembre 1961. Per la terza volta, nei campi di lavoro pensai a Dio. Lo pregai di accogliere Chen Ming: “È uno del tuo gregge, tornato per stare con Te nello splendore del Tuo amore”. Nessuno nella stanza mostrò interesse alla sua morte. Ero l’unico rimasto seduto. Che valore aveva la mia vita? Perché continuava? Fare del mio meglio o del mio peggio non significava comunque nulla. Prima di domani poteva essere tutto finito. Tornai a sdraiarmi e mi avvolsi nella coperta. In qualche modo non volevo cedere, non volevo arrendermi. Qualcosa dentro me gridava: dov’è il mio Dio, mio Padre? Aiutami. Guidami. Poi la mia mente si svuotò».
Benché mai formalmente incriminato e sottoposto a processo, il dissidente
ha sperimentato la durezza dei metodi rieducativi adottati in Cina.
Harry Wu aveva già visto tanto orrore e tanto ne avrebbe ancora visto in seguito. Nato a Shanghai nel 1937, terzo di otto figli, Harry Wu (in cinese: Wu Hongda) è sopravvissuto a 19 anni di dura prigionia trascorsi nei laogai, una sigla che sta per laodong gaizao dui e significa “riforma attraverso il lavoro”. Quell’esperienza è diventata un libro, pubblicato in questi giorni nella sua traduzione italiana (Controrivoluzionario, Edizioni San Paolo, 424 pagine, 22 euro) frutto della collaborazione con Carolyn Wakeman, docente di giornalismo e studi internazionali presso l’Università della California, a Berkeley.
«Il nostro stile di vita, tipico della classe medio-alta occidentalizzata di Shanghai, rifletteva l’educazione di papà a cavallo tra due culture», esordisce Harry Wu. «Nostro padre (un banchiere, ndr.) decise di far frequentare ai suoi figli le scuole gestite dai missionari. Nell’autunno del 1948 mi mandò alla St. Francis School. Uno degli insegnanti mi assegnò il nome inglese “Harry” la prima settimana di scuola. Nel 1950, fui prima battezzato e poi cresimato».
Benché mai formalmente incriminato e sottoposto a processo, il dissidente ha sperimentato la durezza dei metodi rieducativi adottati in Cina.
L’odissea di un “nemico del popolo”
Con la vittoria di Mao e l’avvento del comunismo, la St. Francis cambiò nome, diventando “Scuola primaria del Tempo”, i sacerdoti stranieri dovettero lasciare il Paese, alcuni chierici cinesi vennero arrestati e a ogni classe fu assegnato un istruttore politico che insegnava la teoria marxista-leninista. Finite le superiori, Harry Wu voleva studiare fisica o chimica. «Ma nella primavera del 1955», spiega, «una serie di articoli pubblicati sui giornali mi fecero cambiare idea. Senza geologi che scoprissero in Cina depositi di minerali, petrolio e carbone, la costruzione socialista non avrebbe potuto andare avanti. Senza geologi che studiassero il terreno, ponti, dighe e ferrovie non avrebbero potuto essere costruiti. Quando, a luglio, sostenni gli esami di ammissione all’università, compilai l’apposito formulario nazionale indicando l’Istituto di geologia di Pechino come prima scelta». Che l’accettò. E fu proprio lì che cominciarono i suoi guai.
Nel 1957, infatti, aveva criticato il Partito comunista: segnalandone ingiustizie e soprusi aveva aderito alla Campagna dei Cento Fiori promossa per altro dallo stesso Partito comunista al fine di “correggere i suoi precedenti errori”. Il movimento di rettifica, fu detto, sarebbe stato condotto «con la stessa gentilezza di una brezza o di una lieve pioggia». Falso. Harry Wu venne etichettato come “nemico del popolo”. Marginalizzato per oltre due anni dentro l’università, il 27 aprile 1960 fu arrestato. «In rappresentanza del Governo popolare di Pechino», dichiarò un funzionario di Pubblica sicurezza, catturandolo in un’aula dell’ateneo, «condanno l’elemento di destra e controrivoluzionario Wu Hongda alla rieducazione tramite il lavoro».
Benché mai formalmente sottoposto a processo, Harry Wu ha trascorso quasi due decenni in un infernale mondo nascosto di lavori umilianti, botte, torture prolungate, progressivo abbruttimento, squarci improvvisi di umanità e di aiuto reciproco. Harry Wu ha faticato nelle risaie, nelle campagne e nelle miniere, girando numerosi laogai dislocati in varie zone della Cina. Ha patito il freddo e, soprattutto, la fame. Si vide costretto a catturare di nascosto serpenti e rane pur di mettere qualcosa sotto i denti. Vide morire compagni di sventura perché denutriti, battuti fino alla morte, fucilati. O suicidi. Lui stesso rischiò la vita.
«Dopo essere stato rilasciato nel 1979», termina Harry Wu, «ho vissuto in Cina fino al 1985, anno in cui sono riuscito a espatriare negli Stati Uniti, dove vivo. In Cina, oggi, esistono più di 1.000 campi di lavoro forzato (nella postfazione il dato si fa più preciso: 1.045, ndr.), nei quali sono rinchiusi milioni di prigionieri. Spero nella mia vita di vedere una Cina libera e giusta, senza laogai. Morirò contento quando la parola laogai apparirà sui dizionari di tutte le lingue del mondo».
http://it.wikipedia.org/wiki/Harry_Wu
LA BATTAGLIA DI MISTER WU
Sopravvissuto a 19 anni di dura prigionia nei gulag cinesi, dove ancora oggi sono rinchiuse milioni di persone, Harry Wu sogna di «poter vedere una Cina libera e giusta».
di Alberto Chiara
Più terribile delle percosse e della fame, più forte dello stesso istinto di conservazione, il buio dell’anima irrompe a metà volume e toglie il fiato. Con un crescendo angosciante.
«Era il novembre 1961. Per la terza volta, nei campi di lavoro pensai a Dio. Lo pregai di accogliere Chen Ming: “È uno del tuo gregge, tornato per stare con Te nello splendore del Tuo amore”. Nessuno nella stanza mostrò interesse alla sua morte. Ero l’unico rimasto seduto. Che valore aveva la mia vita? Perché continuava? Fare del mio meglio o del mio peggio non significava comunque nulla. Prima di domani poteva essere tutto finito. Tornai a sdraiarmi e mi avvolsi nella coperta. In qualche modo non volevo cedere, non volevo arrendermi. Qualcosa dentro me gridava: dov’è il mio Dio, mio Padre? Aiutami. Guidami. Poi la mia mente si svuotò».
Benché mai formalmente incriminato e sottoposto a processo, il dissidente
ha sperimentato la durezza dei metodi rieducativi adottati in Cina.
Harry Wu aveva già visto tanto orrore e tanto ne avrebbe ancora visto in seguito. Nato a Shanghai nel 1937, terzo di otto figli, Harry Wu (in cinese: Wu Hongda) è sopravvissuto a 19 anni di dura prigionia trascorsi nei laogai, una sigla che sta per laodong gaizao dui e significa “riforma attraverso il lavoro”. Quell’esperienza è diventata un libro, pubblicato in questi giorni nella sua traduzione italiana (Controrivoluzionario, Edizioni San Paolo, 424 pagine, 22 euro) frutto della collaborazione con Carolyn Wakeman, docente di giornalismo e studi internazionali presso l’Università della California, a Berkeley.
«Il nostro stile di vita, tipico della classe medio-alta occidentalizzata di Shanghai, rifletteva l’educazione di papà a cavallo tra due culture», esordisce Harry Wu. «Nostro padre (un banchiere, ndr.) decise di far frequentare ai suoi figli le scuole gestite dai missionari. Nell’autunno del 1948 mi mandò alla St. Francis School. Uno degli insegnanti mi assegnò il nome inglese “Harry” la prima settimana di scuola. Nel 1950, fui prima battezzato e poi cresimato».
Benché mai formalmente incriminato e sottoposto a processo, il dissidente ha sperimentato la durezza dei metodi rieducativi adottati in Cina.
L’odissea di un “nemico del popolo”
Con la vittoria di Mao e l’avvento del comunismo, la St. Francis cambiò nome, diventando “Scuola primaria del Tempo”, i sacerdoti stranieri dovettero lasciare il Paese, alcuni chierici cinesi vennero arrestati e a ogni classe fu assegnato un istruttore politico che insegnava la teoria marxista-leninista. Finite le superiori, Harry Wu voleva studiare fisica o chimica. «Ma nella primavera del 1955», spiega, «una serie di articoli pubblicati sui giornali mi fecero cambiare idea. Senza geologi che scoprissero in Cina depositi di minerali, petrolio e carbone, la costruzione socialista non avrebbe potuto andare avanti. Senza geologi che studiassero il terreno, ponti, dighe e ferrovie non avrebbero potuto essere costruiti. Quando, a luglio, sostenni gli esami di ammissione all’università, compilai l’apposito formulario nazionale indicando l’Istituto di geologia di Pechino come prima scelta». Che l’accettò. E fu proprio lì che cominciarono i suoi guai.
Nel 1957, infatti, aveva criticato il Partito comunista: segnalandone ingiustizie e soprusi aveva aderito alla Campagna dei Cento Fiori promossa per altro dallo stesso Partito comunista al fine di “correggere i suoi precedenti errori”. Il movimento di rettifica, fu detto, sarebbe stato condotto «con la stessa gentilezza di una brezza o di una lieve pioggia». Falso. Harry Wu venne etichettato come “nemico del popolo”. Marginalizzato per oltre due anni dentro l’università, il 27 aprile 1960 fu arrestato. «In rappresentanza del Governo popolare di Pechino», dichiarò un funzionario di Pubblica sicurezza, catturandolo in un’aula dell’ateneo, «condanno l’elemento di destra e controrivoluzionario Wu Hongda alla rieducazione tramite il lavoro».
Benché mai formalmente sottoposto a processo, Harry Wu ha trascorso quasi due decenni in un infernale mondo nascosto di lavori umilianti, botte, torture prolungate, progressivo abbruttimento, squarci improvvisi di umanità e di aiuto reciproco. Harry Wu ha faticato nelle risaie, nelle campagne e nelle miniere, girando numerosi laogai dislocati in varie zone della Cina. Ha patito il freddo e, soprattutto, la fame. Si vide costretto a catturare di nascosto serpenti e rane pur di mettere qualcosa sotto i denti. Vide morire compagni di sventura perché denutriti, battuti fino alla morte, fucilati. O suicidi. Lui stesso rischiò la vita.
«Dopo essere stato rilasciato nel 1979», termina Harry Wu, «ho vissuto in Cina fino al 1985, anno in cui sono riuscito a espatriare negli Stati Uniti, dove vivo. In Cina, oggi, esistono più di 1.000 campi di lavoro forzato (nella postfazione il dato si fa più preciso: 1.045, ndr.), nei quali sono rinchiusi milioni di prigionieri. Spero nella mia vita di vedere una Cina libera e giusta, senza laogai. Morirò contento quando la parola laogai apparirà sui dizionari di tutte le lingue del mondo».
http://it.wikipedia.org/wiki/Harry_Wu
Gallo del Monte
Re: cronaca dal mondo
Il Dalai Lama ha detto di essere pronto alle dimissioni se la situazione degenera e diventa incontrollabile. L'indipendenza del Tibet per il leader spirituale del e' "fuori questione". Apertura per una trattativa per il bene del Tibet. Ma altri 19 manifestanti tibetani sarebbero stati uccisi oggi dalle forze di sicurezza cinesi in un'altra provincia della Repubblica Popolare, quella centro-settentrionale del Gansu.
Re: cronaca dal mondo
Ue: "I politici disertino l'apertura dei Giochi"
Dopo il "no" al boicottaggio, il presidente del Parlamento Europeo torna sulla questione Tibet: "Coloro che vorrebbero andare in Cina per assistere all'evento si chiedano se un simile viaggio rappresenti un atteggiamento responsabile". Dura la risposta di Pechino
Dopo il "no" al boicottaggio, il presidente del Parlamento Europeo torna sulla questione Tibet: "Coloro che vorrebbero andare in Cina per assistere all'evento si chiedano se un simile viaggio rappresenti un atteggiamento responsabile". Dura la risposta di Pechino
Re: cronaca dal mondo
Purtroppo la Cina olimpica e la Cina con il Pil al 9% e il 75% della produzione mondiale di merce l'abbiamo inventata noi occidentali, abbiamo calpestato i diritti umani in nome del risparmio sulla manodopera... Forse forse i giochi olimpici serviranno a far entrare migliaia e migliaia di giornalisti e a far aprire un po' di più gli occhi sulla Cina... sempre ovviamente che lor signori non scrivano con il prosciutto sugli occhi...
Gallo del Monte
Re: cronaca dal mondo
G@lloR ha scritto:Purtroppo la Cina (...) della produzione mondiale di merce l'abbiamo inventata noi occidentali, abbiamo calpestato i diritti umani in nome del risparmio sulla manodopera...
De a me unn'è che mi garbino molto, ste generalizzazioni tra industrie occidentali e persone occidentali, io tipo vai sicuro che unnò inventato proprio nulla... ne ho calpestato molti diritti umani, chè ho modesti introiti e vado avanti con tre paia di jeans e due di scarpe... io non mi sento in colpa, te si?
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